Un agricoltore peruviano, Saúl Luciano Lliuya, che vive in una città nella regione centrale di Ancash, nel cuore delle Ande, ha citato in giudizio, una decina di anni fa, RWE, il colosso energetico tedesco, che fornisce, da oltre un secolo, elettricità, prodotta (anche) con il carbone, all’agricoltura, all’industria ed alle abitazioni private di generazioni di tedeschi.
Lliuya, sostenuto dal gruppo ambientalista Germanwatch, aveva fatto causa ad RWE per essere risarcito di circa 18.000 dollari ovvero lo 0,5% del costo della costruzione di una diga per proteggere la sua casa e le case dei suoi vicini. L’importo era stato calcolato da Germanwatch in proporzione alle emissioni totali di carbonio storiche di RWE. Il tribunale di Hamm, in Germania, ha stabilito che la probabilità che il lago rompesse gli argini e devastasse la sua casa e quelle degli altri abitanti nella zona a causa delle emissioni di CO2 di RWE era infinitesimale e nella sentenza ha anche impedito di appellarsi al verdetto.
Chi semina vento raccoglie tempesta, e di vento i politici tedeschi ne hanno seminato parecchio: il ministro dell’Economia, Habeck, ad esempio, voleva costringere i cittadini a installare pompe di calore nelle loro case e c’è stato chi si è spinto a chiedere che ad ogni cittadino tedesco venisse assegnato un budget limitato di CO2 di tre tonnellate all’anno.
Un furia ideologica, quella che permea l’Energiwende, la transizione energetica tedesca, veicolata dalla politica economica tedesca che l’economista Hans Werner Sinn ha definito “utopica”. Secondo Sinn “In Germania c’è stata una rivoluzione dall’alto, solo che molte persone non se sono ancora accorte. Una rivoluzione è caratterizzata dal fatto che prima si distrugge ciò che già esiste per costruirne un nuovo mondo sulle rovine del vecchio.”
Perché quest’idea bizzarra di demolire le fondamenta energetiche di un’economia mondiale da 90 trilioni di dollari è in antitesi anche con la visione di un rivoluzionario come Xi Jimping secondo il quale è necessario “consolidare il nuovo prima di demolire il vecchio”. Banalmente prima di buttare alle ortiche un sistema energetico funzionante è necessario che il nuovo sistema abbia dimostrato di essere affidabile (e superiore) all’esistente.
Peraltro, questa isteria climatica trova anche poco riscontro nei rapporti sul clima delle Nazioni Unite che, pur segnalando notevoli rischi meteorologici incombenti per il riscaldamento globale, trova difficile determinare l’influenza dell’uomo nei fenomeni meteorologici.
Piuttosto l’IPCC suggerisce che la prosperità continuerà a crescere nei prossimi decenni, rallentata però dal cambiamento climatico. Consiglia di ridurre la CO2, ma non si trovano in nessuna parte termini come “apocalisse climatica”. Il cambiamento climatico è un problema, ma non è il problema più urgente in ogni parte del mondo: le guerre, la causa più comune di fame, la povertà o l’accesso a cure mediche essenziali sono problemi che non vengono colti dai profeti dell’ideologia verde in Occidente perché qui il “nemico” sono le emissioni globali causate dall’intera popolazione umana. Nei prossimi decenni miliardi di persone nei paesi emergenti e in via di sviluppo aspirerà al nostro tenore di vita. Queste persone vogliono viaggiare, consumare e per farlo hanno bisogno di energia: è del tutto improbabile che l’obiettivo di “1,5 gradi” per limitare il riscaldamento globale compaia tra le loro priorità. Più che nelle “emissioni nette zero”, credono nella produzione di energia e nel renderla il più economica possibile perché sanno che la loro prosperità dipende da questo.
E per quanto la maggior parte delle emissioni provenga dai combustibili fossili – petrolio, gas e carbone – costituiscono ancora circa l’80% del mix energetico globale, da loro dipendono milioni di posti di lavoro e rappresentano anche il 60% dei proventi delle esportazioni in dozzine di paesi: decarbonizzare l’economia globale è difficile da immaginare, figuriamoci da realizzare.
Altro aspetto che non viene colto dalle politiche climatiche unilaterali di Bruxelles è che il mondo continua a inventare modi sempre nuovi per consumare energia. Oggi un chip per l’intelligenza artificiale utilizza, ogni anno, circa la stessa quantità di elettricità di tre veicoli elettrici: Nvidia, primo produttore globale, negli ultimi tre anni ne ha prodotti circa 5 milioni.
E siamo solo all’alba di “una” nuova tecnologia, quante altre si aggiungeranno?
Le “emissioni nette zero” entro il 2050 sono finanziariamente impraticabili e politicamente impossibili ma soprattutto non sarà l’ambientalismo ideologico a risolvere il cambiamento climatico. Perché, nella sostanza, non siamo di fronte ad un problema di inquinamento che in passato è stato affrontato attraverso sanzioni e regolamenti. E’ piuttosto un problema tecnologico e infrastrutturale poiché la CO2 non è un inquinante prodotto da un insieme circoscritto di industrie ma fa parte dei cicli biogeochimici naturali del Pianeta e come tale permea ogni attività umana. Germanwatch continua a rivendicare la sconfitta come una vittoria, ed in un certo senso lo è. Aver consentito, per oltre dieci anni, un dibattito privo di ogni fondamento logico, prima che giuridico, dimostra come l’illusoria visione di Bruxelles di imporre la sua “weltanschauung climatica” consenta agli attivisti di questa ideologia di continuare a beneficiare di un quadro giuridico e istituzionale favorevole.
Giovanni Brussato
Ingegnere






