GENNAIO 2026
Siamo abituati a pensare al ghiaccio come a qualcosa di fragile. Qualcosa che, appena lo tocchi o lo esponi alla luce, si arrende e sparisce. Ma oggi, quella stessa fragilità è diventata la nostra eredità più preziosa. Il 14 gennaio 2026 è stato il momento in cui abbiamo ufficialmente deciso di smettere di guardare i ghiacciai solo come giganti che muoiono e abbiamo iniziato a trattarli come i dischi rigidi del pianeta. Quello che è stato inaugurato alla stazione Concordia è, a tutti gli effetti, un caveau del tempo. Dentro quelle carote di ghiaccio che sono state portate a -50°C, nel cuore bianco dell’altopiano antartico, ci sono migliaia di anni di storia. Ma la cosa più incredibile, e forse più umile, è che stiamo salvando dati che noi, oggi, non siamo nemmeno in grado di decifrare del tutto. È un regalo al buio per gli scienziati che nasceranno tra cent’anni, un patto di fiducia tra noi e il futuro. Per capire come si gestisce una responsabilità del genere, che è scientifica, certo, ma anche profondamente umana, ne vogliamo parlare con chi questo progetto lo ha visto nascere e lo guida, Carlo Barbante, Professore Ordinario dell’Università Ca’ Foscari Venezia; si occupa da anni di ricostruzioni climatiche ed ambientali e dello sviluppo di metodologie analitiche innovative in campo ambientale e biologico.
Il Santuario di Concordia è stato definito un ‘patrimonio dell’umanità’. Come verrà gestita la proprietà intellettuale e l’accesso fisico a queste carote di ghiaccio tra 50 o 100 anni? Esiste già un protocollo legale che impedisca a singoli Stati o enti privati di rivendicarne il possesso in futuro? «La Fondazione Ice Memory sta delineando un protocollo rigoroso affinché il Santuario di Concordia resti un bene comune, sottratto a rivendicazioni nazionalistiche o private. L’obiettivo a breve termine è affidare la governance a organismi internazionali come l’UNESCO o il WMO, garantendo che un comitato scientifico super partes valuti ogni futura richiesta di accesso. Questo quadro legale trasformerà le carote di ghiaccio in un’eredità universale, proteggendone l’integrità per i secoli a venire»
L’obiettivo di Ice Memory è conservare i campioni per scienziati che avranno strumenti molto più avanzati dei nostri. Quali sono, secondo lei, le analisi ‘impossibili’ oggi che spera potranno essere effettuate su questo ghiaccio nel XXII secolo? «In futuro, speriamo di esplorare l’universo della microbiologia antica con strumenti oggi inimmaginabili, capaci di svelare segreti biologici conservati nel ghiaccio. La sfida principale sarà sviluppare tecniche di analisi non distruttive e metodi di datazione assoluta estremamente precisi per contestualizzare correttamente ogni scoperta. Queste innovazioni permetteranno di interrogare i campioni senza consumarli, rendendo l’archivio una fonte di conoscenza potenzialmente inesauribile per le prossime generazioni»
Molti ghiacciai montani (come quelli alpini sotto i 3.500 metri) stanno scomparendo più velocemente del previsto. Il 14 gennaio avete inaugurato il santuario, ma quanti siti prioritari restano ancora da campionare prima che sia troppo tardi per preservarne la memoria stratigrafica? «Il tempo è un fattore critico: la Fondazione ha l’obiettivo ambizioso di campionare 20 ghiacciai chiave in 20 anni e siamo attualmente a metà del percorso. Molti ghiacciai montani, specialmente sotto i 3.500 metri, stanno scomparendo rapidamente, rendendo ogni missione una corsa contro la fusione. Fortunatamente, l’interesse internazionale è in crescita e stiamo accogliendo richieste da numerosi paesi che desiderano conferire i propri campioni per metterli in salvo nel Santuario antartico»
Trasportare tonnellate di ghiaccio dalle vette del mondo fino al cuore dell’Antartide richiede uno sforzo logistico immenso (navi, aerei, gatti delle nevi). Come risponde a chi critica l’impronta ecologica di questa operazione, e come l’avete bilanciata rispetto al valore scientifico del salvataggio? «Sebbene lo sforzo logistico per trasportare tonnellate di ghiaccio sia imponente, il valore delle informazioni ottenute supera di gran lunga l’impatto ambientale dell’operazione. Queste carote sono archivi insostituibili che ci permettono di decodificare i processi climatici e gli effetti dei gas serra con una precisione unica. Senza questo “salvataggio”, perderemmo per sempre i dati necessari a comprendere e contrastare il riscaldamento globale, rendendo l’investimento ecologico di oggi fondamentale per la scienza di domani». Il progetto Ice Memory è un ponte tra generazioni. In che modo la Fondazione intende coinvolgere i giovani ricercatori dei paesi in via di sviluppo, dove spesso si trovano i ghiacciai più minacciati, affinché non siano solo ‘donatori di ghiaccio’ ma protagonisti della ricerca futura? «Vogliamo che i ricercatori dei paesi emergenti siano attori principali della ricerca, non semplici custodi di risorse locali. Attraverso programmi educativi come Follow the Ice, sostenuti dal gruppo Prada e dall’UNESCO, promuoviamo la sensibilizzazione e la formazione delle nuove generazioni su scala globale. L’idea è creare una comunità scientifica inclusiva dove i giovani possano guidare gli studi futuri, trasformando il progetto in un vero ponte culturale e scientifico tra il presente e il XXII secolo»
Elisa Garfagna
giornalista






