LUGLIO 2026
L’immaginario collettivo legato alla microcriminalità giovanile e al fenomeno delle baby gang è stato a lungo dominato da una narrazione esclusivamente maschile: gruppi di ragazzi in motorino, risse di piazza, atti vandalici e piccole estorsioni. Negli ultimi anni, tuttavia, le cronache giudiziarie e le analisi sociologiche hanno restituito una realtà ben diversa e in costante evoluzione: la nascita e la diffusione di gruppi giovanili composti interamente o prevalentemente da ragazze.
Non si tratta più di semplici “fiancheggiatrici” o presenze marginali all’interno di bande di ragazzi, ma di gruppi autonomi, spesso guidati da dinamiche relazionali e psicologiche complesse che sfidano i tradizionali stereotipi di genere legati alla violenza. Sebbene la componente maschile rimanga numericamente maggioritaria, i dati delle forze dell’ordine e dei servizi minorili evidenziano una crescita preoccupante della devianza giovanile femminile, in particolare nelle grandi aree metropolitane ma con propaggini anche nei contesti di provincia.
A differenza delle bande di ragazzi, che tendono a strutturarsi attorno al controllo del territorio o al guadagno economico immediato (spaccio, piccoli furti), le baby gang al femminile nascono spesso attorno a dinamiche di gruppo molto forti, radicate nei contesti scolastici, nei centri commerciali o negli spazi digitali.
La violenza agita dalle ragazze non si esprime quasi mai nella ricerca del controllo criminale del territorio, quanto piuttosto nell’affermazione identitaria, nel bisogno di appartenenza e nella gestione esasperata dei conflitti Le dinamiche: dai social network alla violenza fisica. Il terreno d’elezione di questi gruppi è duplice: la strada e la rete. I social media — in particolare TikTok e Instagram — giocano un ruolo cruciale nell’alimentare il fenomeno.
Molte aggressioni nascono online attraverso insulti, provocazioni e diffusione di immagini denigratorie. La violenza verbale digitale è spesso il preludio all’agguato fisico. Le risse e le spedizioni punitive vengono regolarmente filmate dai membri del gruppo e pubblicate per ottenere “visualizzazioni”, approvazione sociale e una distorta forma di notorietà (il cosiddetto clout).
All’interno di questi gruppi si sviluppano gerarchie ferree e dinamiche di conformismo estremo. La paura di essere escluse o etichettate come “deboli” spinge molte ragazze a partecipare a episodi di violenza inaudita, spesso contro coetanee individuate come rivali o bersagli facili. Ridurre il fenomeno a una semplice moda o a un’improvvisa esplosione di cattiveria giovanile significherebbe fallire nella comprensione del problema. Gli esperti concordano nell’individuare radici profonde in una crisi educativa e sociale più ampia:
- Il disagio psicologico post-pandemico: L’isolamento e la digitalizzazione forzata degli anni passati hanno lasciato pesanti scorie emotive, acuendo ansia, depressione e difficoltà nella gestione della rabbia tra i più giovani.
- Il ribaltamento dei ruoli stereotipati: In una società che spesso associa la violenza esclusivamente al genere maschile, l’adozione di comportamenti aggressivi da parte delle ragazze viene vissuta — in modo distorto — come un’affermazione di forza, emancipazione e parità di potere.
- La solitudine educativa: Famiglie spesso assenti o sopraffatte dai ritmi lavorativi e istituzioni scolastiche in affanno faticano a intercettare i segnali di disagio prima che questi si trasformino in deriva deviante.
Affrontare il fenomeno delle baby gang al femminile richiede un cambio di passo radicale nelle politiche di prevenzione. Non basta la risposta repressiva o giudiziaria, sebbene necessaria nei casi di reati gravi. Occorre investire sulla scuola come presidio di comunità, potenziare il supporto psicologico territoriale e educare a un uso consapevole del digitale. Soprattutto, è necessario offrire alle giovani generazioni spazi di ascolto e canali di espressione sani, capaci di incanalare il bisogno di riconoscimento e di identità senza dover passare attraverso la via della violenza e dell’autodistruzione.






