SETTEMBRE 2026
Il tema del velo islamico torna al centro del dibattito sull’immigrazione e sull’integrazione, riportando alla luce una questione che l’Italia affronta da anni senza riuscire davvero a risolverla: fino a che punto la tutela delle differenze culturali e religiose può incidere sulle regole comuni della società che accoglie? La questione diventa particolarmente delicata quando dal velo che lascia scoperto il volto si passa a burqa e niqab, che invece rendono impossibile o difficoltoso il riconoscimento della persona. Una distinzione tutt’altro che secondaria, perché discutere della possibilità di essere identificabili in determinati luoghi non significa mettere sotto processo una religione. Eppure è precisamente quello che accade ogni volta.
Da una parte c’è chi considera qualsiasi limitazione una compressione della libertà individuale e religiosa; dall’altra chi ritiene che l’integrazione comporti anche l’accettazione di alcune regole fondamentali della comunità nazionale. In mezzo, come spesso accade, dovrebbe esserci il diritto. La Costituzione tutela la libertà religiosa, ma quella libertà, come tutte quelle esercitate nello spazio pubblico, convive con le norme dell’ordinamento. Non occorre quindi trasformarsi improvvisamente in teologi per domandarsi se sia ragionevole pretendere che, in determinate circostanze, una persona sia riconoscibile. Il problema più ampio riguarda però il modello di integrazione. L’immigrazione è ormai un fenomeno strutturale delle società europee e pensare di affrontarla soltanto attraverso divieti sarebbe semplicistico. Altrettanto singolare, però, è immaginare l’integrazione come un processo nel quale soltanto la società che accoglie debba continuamente modificare abitudini e regole per evitare qualsiasi contrasto culturale. È una concezione curiosa: arriva qualcuno e cominciamo immediatamente a domandarci come dobbiamo cambiare noi. La scuola lo dimostra perfettamente. La presenza di studenti provenienti da famiglie straniere è ormai una realtà consolidata e proprio per questo la risposta non può essere la creazione di comunità parallele. La scuola dovrebbe essere il principale luogo di incontro, di apprendimento della lingua e di condivisione delle regole della convivenza civile. La conoscenza dell’italiano, in particolare, non può essere considerata un dettaglio. Senza una lingua comune diventa più difficile seguire il percorso scolastico dei figli, dialogare con gli insegnanti, comprendere le comunicazioni delle amministrazioni, accedere ai servizi e partecipare pienamente alla vita sociale. Affermarlo non significa chiedere a qualcuno di rinunciare alle proprie origini. Significa prendere sul serio la parola “integrazione”.
Perché esiste una differenza tra integrazione e semplice coesistenza. Nel primo caso persone con storie e culture differenti entrano a far parte della stessa comunità civile; nel secondo possono vivere per anni nello stesso territorio continuando a muoversi all’interno di mondi separati. La libertà religiosa deve essere garantita e ogni discriminazione nei confronti degli immigrati contrastata. Ma tutelare una cultura non può significare considerare automaticamente intoccabile qualsiasi comportamento venga giustificato attraverso quella cultura. Altrimenti, nel tentativo di rispettare tutte le differenze, finiamo per dimenticare ciò che dovrebbe unirci. L’uguaglianza tra uomo e donna, la dignità della persona, l’istruzione, il rispetto delle leggi, la possibilità di identificazione quando prevista dall’ordinamento e la centralità della lingua italiana nella vita pubblica non appartengono alla destra o alla sinistra. Sono elementi della convivenza civile.
Naturalmente si può discutere delle singole misure, della loro efficacia e della loro proporzionalità. Ma dietro il rumore resta una domanda molto semplice: che cosa intendiamo davvero per integrazione? Ed è proprio qui che comincia la parte più interessante della commedia italiana. Perché, a forza di voler dimostrare quanto siamo aperti, moderni e inclusivi, abbiamo costruito un modello nel quale l’integrazione rischia di assomigliare a una lunga cerimonia di autocritica nazionale: arriva qualcuno, noi ci guardiamo immediatamente allo specchio, individuiamo qualcosa di cui vergognarci e cominciamo a domandarci quale altra regola potremmo rendere più elastica per non turbare nessuno. Il copione, del resto, è collaudato. Se si parla di conoscenza dell’italiano, qualcuno intravede un attentato al multiculturalismo; se si parla della necessità di rendere riconoscibile il volto, qualcun altro prepara il processo alle intenzioni; se si ricorda che uomini e donne devono godere della stessa libertà, occorre subito aggiungere una lunga nota a piè di pagina per precisare che, naturalmente, rispettiamo ogni cultura e ogni sensibilità. Di questo passo, prima di applicare una legge dello Stato, finiremo per domandarci se per caso non sia la legge stessa a dover chiedere scusa.
E così l’Italia rischia di diventare protagonista di una rappresentazione teatrale piuttosto surreale nella quale il Paese ospitante sale sul palcoscenico principalmente per chiedere scusa della scenografia. Le porte devono essere aperte, la libertà religiosa garantita, i diritti riconosciuti e le opportunità offerte. Ma, procedendo con questa curiosa concezione dell’inclusione, per dimostrare definitivamente quanto siamo accoglienti potremmo anche consegnare le chiavi all’ingresso, cancellare il nostro nome dal citofono e attendere educatamente sul marciapiede, congratulandoci nel frattempo per lo straordinario successo delle nostre politiche di integrazione. Una società aperta, invece, non è una società priva di identità e una Nazione accogliente non è una Nazione costretta a negoziare all’infinito le condizioni della propria convivenza. Chi arriva deve trovare libertà, dignità, scuola, lavoro, tutela della propria fede e la possibilità concreta di costruire qui il proprio futuro; ma dovrebbe trovare anche un Paese sufficientemente sicuro di sé da spiegare, senza tremare e senza convocare immediatamente una tavola rotonda sull’intolleranza, che esistono una lingua comune, delle leggi comuni e alcuni principi sui quali la convivenza si fonda. Altrimenti continueremo con questo straordinario esperimento tutto italiano: chiameremo “integrazione” il progressivo arretramento di chi dovrebbe integrare, “inclusione” la paura di affermare qualsiasi regola e “multiculturalismo” la nascita di comunità che rischiano di vivere una accanto all’altra senza incontrarsi davvero. Poi, tra qualche anno, scopriremo stupiti che qualcosa non ha funzionato, organizzeremo un convegno, nomineremo una commissione e ci domanderemo, con la consueta aria pensosa, dove abbiamo sbagliato.
La risposta potrebbe essere molto meno sofisticata: avremo confuso l’accoglienza con la rinuncia ad avere una soglia, dimenticando che si può tenere una porta spalancata e offrire un posto nella propria casa senza pretendere che chi entra dimentichi da dove viene, ma senza neppure convincersi che sia chi già vi abita a dover cambiare lingua, abitudini e regole. Se arriveremo a questo punto non avremo inventato un modello più moderno di integrazione, ma soltanto messo in scena una grande commedia nella quale continueremo ad applaudire la nostra tolleranza mentre arretriamo lentamente verso l’uscita, soddisfatti di essere diventati finalmente così inclusivi da non sapere più che cosa stiamo includendo e dentro che cosa.
E quando alla fine si abbasserà il sipario, tra applausi, convegni sull’accoglienza, commissioni sull’inclusione e nuovi manuali di buone pratiche, potremmo accorgerci del piccolo dettaglio che nessuno aveva avuto il coraggio di inserire nel programma di sala: a forza di preoccuparci che chi entrava potesse sentirsi fuori posto, gli unici rimasti fuori dal teatro saremo diventati noi.
Mariangela Di Biase
avvocato
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