FEBBRAIO 2026
“GLI USTIONATI SCIANO, LA COMMEDIA DELL’ANNO”
C’è una strana forma di timore reverenziale che circonda Charlie Hebdo. È quella sindrome post-traumatica collettiva che ci impedisce di dire ad alta voce una verità tanto semplice quanto brutale: i re della satira francese sono nudi, e francamente sono anche un po’ decadenti. L’ultima trovata (perché di “trovata” pubblicitaria si tratta, non certo di editoriale) sulla tragedia di Crans-Montana è il punto di non ritorno. Non è un’offesa al pudore, non è un’offesa alla religione. È un’offesa all’intelligenza. Sgomberiamo subito il campo dall’equivoco legale: sì, si può ridere di tutto. Su Ius101 non leggerete mai un invito alla censura o un appoggio alle denunce penali per una vignetta. Il diritto di essere sgradevoli, cinici e persino odiosi è la base della libertà di stampa. Se iniziamo a mettere i paletti morali al diritto di cronaca o di satira, finiamo in un regime da asilo nido. Ma qui il punto non è il diritto di farlo. È la qualità di ciò che viene fatto.
La satira, quella vera, quella che ha fatto tremare i troni e i pulpiti per secoli, è un’arma di precisione. È un bisturi che incide l’ipocrisia del potere. Se togli il bersaglio sociale, se togli la critica politica e tieni solo il cadavere, non stai facendo satira. Stai facendo pornografia del dolore. Ridere dei morti di un incendio non mette in discussione nessun sistema, non svela nessuna verità nascosta, non colpisce nessun tiranno. Colpisce solo chi sta già piangendo. E farlo non richiede coraggio, richiede solo una totale assenza di empatia spacciata per anticonformismo.
Il dramma di Charlie Hebdo è che sono rimasti intrappolati nel loro stesso mito. Dopo il 2015, sono diventati intoccabili. Una sorta di reliquia laica della democrazia occidentale. E come tutte le reliquie, hanno smesso di evolversi. Si sono seduti sul loro piedistallo di martiri e hanno iniziato a produrre provocazioni “un tanto al chilo”. La vignetta su Crans-Montana è pigra. È la scorciatoia di un disegnatore che non ha più idee, che non sa come interpretare un mondo complesso e allora torna all’unica cosa che sa fare per attirare un briciolo di attenzione: sputare nel piatto dove tutti mangiano, sperando che qualcuno si indigni. Perché l’indignazione è il loro carburante. Senza qualcuno che urla allo scandalo, Charlie Hebdo sarebbe solo una rivista di nicchia con disegni spesso mediocri. Hanno bisogno dell’odio altrui per giustificare la propria esistenza. È facile fare i bulli con le vittime di una tragedia, i morti del resto, non replicano sui social. È un coraggio comodo, protetto dalle mura di una redazione blindata e dal consenso di un’élite intellettuale che confonde la libertà con il cinismo terminale.
Fare satira oggi significherebbe andare a scovare le responsabilità, ridicolizzare chi non ha messo in sicurezza, colpire la gestione politica dell’emergenza. Ma quello richiede fatica, studio, approfondimento. È molto più semplice disegnare un cadavere tra gli sci e aspettare i clic. È il fast food della provocazione: ti dà un picco di visibilità immediata, ma non lascia nulla, se non un retrogusto amaro di squallore. Quello che stiamo vedendo è il tramonto di un modello culturale. Un modello che pensa che la libertà sia un vuoto assoluto dove tutto ha lo stesso valore. Ma se tutto ha lo stesso valore, se una critica al fanatismo religioso vale quanto un insulto a un genitore che ha perso un figlio, allora nulla ha più valore. La satira di Charlie si è trasformata in una forma di nichilismo pop, un nichilismo che non serve a liberare l’uomo, ma solo a umiliarlo.
Noi di Ius101 continueremo a difendere la loro libertà di essere pessimi. Difenderemo il loro diritto di pubblicare ogni singola macchia di inchiostro, perché la libertà di espressione si misura proprio sulla capacità di sopportare ciò che ci disgusta. Ma non chiedeteci di applaudire. Non chiedeteci di trovare della profondità dove c’è solo un deserto di idee.
La denuncia penale è un errore, perché trasforma dei mediocri in eroi della libertà. La risposta corretta non è il tribunale, ma lo sbadiglio. La vera condanna per chi vive di provocazione è l’irrilevanza. Rendiamoci conto che questa matita non graffia più: scivola semplicemente sul fango che essa stessa ha creato. La satira è morta a Parigi, ma non per mano dei terroristi questa volta. È morta di noia, di arroganza e di una spaventosa mancanza di talento. Restano le macerie di un giornale che non sa più distinguere tra un bersaglio e una vittima. E questa, per chi scrive, è la tragedia più grande.
Elisa Garfagna
giornalista






