Il diritto all’oblio vocale nell’era dei deepfake audio: la nostra voce è davvero nostra? La voce artificiale e la sintesi vocale hanno raggiunto livelli di perfezione impressionanti e questo spaventa molti. In quale misura la nostra voce, impronta digitale della nostra identità, rimane sotto il nostro controllo? Con l’avanzare dei deepfake audio, che consentono di clonare e manipolare la voce di chiunque, le implicazioni legali ed etiche si fanno sempre più pressanti. Se il “diritto all’oblio” ha finora riguardato principalmente i testi e le immagini, è giunto il momento di riflettere sul diritto all’oblio vocale e sulla necessità di tutelare la nostra impronta vocale digitale in questo mondo in rapida evoluzione.
Fino a poco tempo fa, la voce era considerata un’impronta unica e inconfondibile di una persona, quasi un’impronta digitale. Era un tratto unico, difficilmente replicabile senza sforzi e competenze specifiche. Oggi, grazie a tecnologie di sintesi vocale e *cloning basate sull’IA, è possibile ricreare la voce di un individuo con un realismo impressionante, partendo da pochi secondi di registrazione. La derealizzazione vocale è enormemente destabilizzante e pericolosa. Se la nostra voce, infatti, può essere utilizzata per pronunciare frasi mai dette, attribuendoci discorsi, dichiarazioni o confessioni non vere, si preannuncia un attacco diretto all’identità personale e all’immagine pubblica. Come si definiscono la diffamazione o la sostituzione di persona in un contesto in cui la voce è riprodotta artificialmente e in modo indistinguibile dall’originale? Il danno alla reputazione può essere devastante e irrimediabile.
Le implicazioni per la sicurezza sono imponenti. Pensiamo ai tentativi di phishing vocale, dove una voce clonata di un familiare o un superiore potrebbe indurre a rivelare informazioni sensibili o a trasferire denaro. Le truffe sofisticate potrebbero sfruttare la credibilità della voce per ingannare aziende o persone, con danni economici e legali notevoli. Infine per professionisti come attori, doppiatori, speaker, cantanti o podcaster, la cui voce è lo strumento primario di lavoro e fonte di reddito, la clonazione vocale rappresenta una minaccia diretta ai loro diritti d’autore e di sfruttamento economico. Senza una regolamentazione chiara, le loro prestazioni vocali potrebbero essere replicate e utilizzate senza compenso né consenso, svalutando il valore del loro lavoro.
Il quadro normativo attuale sembra non essersi accorto di questa evoluzione tecnologica. Esistono tutele generali contro la diffamazione o l’abuso d’immagine, ma manca totalmente una legislazione specifica che affronti in modo puntuale la tutela della voce sintetica e dei deepfake audio. Le normative sulla privacy (come il GDPR) offrono una base, ma non coprono pienamente tutte le accezioni della manipolazione vocale.
L’esigenza di un vero e proprio diritto all’oblio vocale, inteso non solo come la rimozione di registrazioni esistenti, ma come la possibilità di impedire che la propria voce venga utilizzata per l’addestramento di sistemi di IA o venga riprodotta sinteticamente senza consenso è pressante e urgente. Questo significherebbe poter chiedere che la nostra voce non venga inclusa nei database usati per insegnare alle IA a parlare, un modo per evitare che la nostra impronta vocale diventi, a nostra insaputa, parte di un modello generativo che un giorno potrebbe replicarci. Inoltre, quando ascoltiamo una voce, dovremmo sapere se è autentica o se è stata generata artificialmente. Servirebbe un obbligo legale chiaro, magari tramite piccoli “marchi d’acqua” digitali che l’orecchio umano non percepisce ma che sono rilevabili, o avvisi sonori espliciti all’inizio di un contenuto. È un modo per garantire trasparenza e non cadere in inganno. Infine, per chi usa la voce sintetica in modo non autorizzato o con intenti malevoli, servono pene severe. Devono essere un deterrente, che scoraggi fortemente gli abusi. Le implicazioni si estendono anche al campo forense. Le intercettazioni ambientali o le registrazioni vocali sono spesso elementi di prova in un processo penale. Ma come si può garantire l’autenticità di una voce in un mondo dove i deepfake sono sempre più da distinguere dall’originale? La perizia fonica dovrà dotarsi di strumenti e metodologie per distinguere la voce autentica da quella artificiale o manipolata e saranno necessari nuovi protocolli e la formazione di esperti altamente specializzati. La voce è una componente della nostra identità e della nostra comunicazione. In un futuro è doveroso che il diritto si adegui, garantendo che ciascuno possa esercitare il controllo sulla propria impronta vocale digitale. Solo così sarà possibile proteggere l’autenticità della comunicazione umana, tutelare il cittadino da nuove forme di abuso e violazione della privacy.
Elisa Garfagna
giornalista






