MARZO 2026
C’è una parola nuova che sta girando nelle redazioni, negli studi legali e tra chiunque passi più di dieci minuti al giorno sui social media: Slop. In inglese significa letteralmente fanghiglia o sbobba, quella roba informe che si dà da mangiare ai maiali. Lo Slop è diventato il termine tecnico per definire l’invasione di contenuti generati artificialmente, senza alcuna supervisione umana, che sta soffocando internet.
Se vi è capitato di scorrere Facebook o X e imbattervi in immagini assurde di bambini con troppe dita, articoli di giornale che non dicono nulla ripetendo le stesse tre frasi, o video di YouTube con voci robotiche che leggono testi sgrammaticati, congratulazioni: siete finiti nel fango dell’intelligenza artificiale. Ma non è solo un fastidio per gli occhi, è un problema profondo che tocca il diritto all’informazione e la nostra capacità di distinguere il vero dal falso. Questa è la fine dell’Internet che conoscevamo. Fino a un paio di anni fa, il problema principale del web erano le “Fake News”: notizie false create da esseri umani per manipolare l’opinione pubblica. C’era un intento, un autore, una strategia. Lo Slop è diverso. È pigro. Viene sputato fuori da algoritmi programmati per generare volume, non valore. L’obiettivo non è convincervi di una tesi politica, ma semplicemente catturare il vostro clic per far apparire un banner pubblicitario. Il risultato è un inquinamento digitale senza precedenti. Per ogni articolo scritto con cura da un giornalista o da un esperto, ci sono migliaia di pagine generate in pochi secondi che scaldano i motori di ricerca. Cercate, ad esempio, come fare testamento? Invece di una guida legale affidabile, Google rischia di propinarci un’accozzaglia di paragrafi generati da un bot che confonde le leggi italiane con quelle del Nebraska.
Il rischio legale è serio, quando l’IA si sostituisce ad un tribunale.
Ma c’è un risvolto ancora più serio che riguarda chi la legge la scrive o la applica. In questi mesi stiamo vedendo i primi casi di avvocati e consulenti che, per pigrizia, si affidano ciecamente all’intelligenza artificiale per scrivere memorie difensive o pareri legali. È successo negli Stati Uniti, ma i casi stanno spuntando anche in Europa: avvocati che depositano atti citando sentenze che non esistono. L’intelligenza artificiale, infatti, quando non sa una cosa, spesso inventa nomi di giudici, date e numeri di protocollo con una proprietà di linguaggio tale da sembrare veritiera. I giudici non la stanno prendendo bene. Oggi, nel 2026, diverse corti d’appello hanno iniziato a introdurre sanzioni per colpa grave contro i professionisti che depositano testi generati da IA senza una revisione umana certificata. La tecnologia è uno strumento, ma la responsabilità giuridica resta in toto umana. Se il tuo bot inventa una legge e tu la firmi, la colpa è tua, non del software.
Cosa succede a una società che non può più fidarsi di ciò che legge? Il rischio dello Slop è quello di portarci verso un cinismo totale. Se tutto può essere falso, allora niente è vero. Questo è il terreno fertile per i populismi e per la disinformazione più becera.
Il diritto alla corretta informazione, sancito dalla nostra Costituzione, viene messo a dura prova. Come facciamo a proteggere i cittadini se non riusciamo nemmeno a distinguere se un testo è stato pensato da un uomo o vomitato da un server? Alcuni paesi stanno discutendo l’introduzione di un bollino di origine: ogni contenuto generato da IA dovrebbe avere un watermark digitale, una sorta di etichetta obbligatoria. Ma come sappiamo, i furbi del web trovano sempre il modo di aggirare le regole.
Lo Slop ci rende tutti più poveri (culturalmente)…
Produrre contenuti di qualità costa tempo, studio e fatica. Produrre Slop costa zero. Se il mercato premia la quantità a scapito della qualità, i professionisti dell’informazione e della cultura spariranno, sostituiti da content farm automatizzate. È una sorta di “Legge di Gresham” applicata all’informazione: la moneta cattiva scaccia quella buona. Se siamo sommersi da articoli mediocri, finiremo per smettere di cercare quelli eccellenti. La buona notizia è che, proprio come è successo con il cibo (il passaggio dal fast food allo slow food), sta nascendo una controtendenza. Gli utenti iniziano a essere stanchi del rumore di fondo. C’è una fame crescente di approfondimento, di firme autorevoli, di qualcuno che ci metta la faccia e si prenda la responsabilità di ciò che scrive.
La difesa più efficace contro la fanghiglia digitale non è un altro algoritmo, ma il nostro spirito critico. Dobbiamo imparare a chiederci chi ha scritto questo pezzo? Perché? Ci sono fonti verificabili? Se la risposta è vaga, probabilmente siamo davanti a dello Slop.
Così l’essere umano torna al centro, perché l’intelligenza artificiale è una risorsa straordinaria se usata per analizzare dati, tradurre testi o aiutarci nella ricerca, ma quando pretende di sostituire la creatività e il giudizio critico dell’uomo, produce solo scarti di bassa qualità. Nel 2026, essere un buon professionista non significa solo saper usare i nuovi strumenti, necessari e utili, ma avere il coraggio di scartarli quando sporcano la verità. Perché alla fine, tra un algoritmo perfetto e un errore umano pieno di passione, sudore e competenza, sceglieremo sempre il secondo.






