Missili, interferenze GPS e accuse incrociate: la tragedia che ha infiammato le tensioni tra Russia, Azerbaigian e Kazakistan

Era un mercoledì apparentemente tranquillo quello del 25 dicembre, quando il volo J2-8243 della Azerbaijan Airlines si è trasformato in un inferno tra le nuvole. L’Embraer 190, diretto a Groznyj, in Cecenia, si è schiantato nei pressi di Aktau, in Kazakistan, lasciando dietro di sé 38 vite spezzate e un dolore indelebile che ha sconvolto tre nazioni. Tra i 67 passeggeri a bordo, solo 29 sono sopravvissuti: uomini, donne e bambini che porteranno per sempre sul corpo e nell’anima le cicatrici di quella tragedia. Le salme, mute testimoni del dramma, sono state trasferite al centro forense di Aktau per l’identificazione, mentre i superstiti lottano per riprendersi da ferite che raccontano un’esperienza al limite dell’umano.

Una donna kazaka, che si trovava nei pressi del luogo dello schianto, ha descritto scene che sembravano uscite da un incubo apocalittico: “Non dimenticherò mai i loro volti, segnati dalla disperazione più profonda. Una ragazza gridava con tutta la forza che le rimaneva: ‘Salvate mia madre, è rimasta indietro’. Quel grido straziante continua a risuonarmi nelle orecchie, impossibile da dimenticare”. Secondo le ricostruzioni, l’Embraer 190, un aereo regionale prodotto dall’azienda brasiliana omonima e progettato per tratte di medio raggio con una capacità compresa tra 98 e 114 passeggeri, era decollato senza alcun problema da Baku diretto a Groznyj. Dopo aver sorvolato il Mar Caspio, il velivolo ha dovuto deviare dalla sua rotta, finendo in una zona frequentemente teatro di operazioni di difesa contro droni ucraini. All’improvviso, il tragico epilogo e una palla di fuoco ha squarciato il cielo, prima che l’aereo precipitasse sulla sponda kazaka, spezzando vite e innescando una spirale di accuse contro la Russia.

Le autorità russe avevano inizialmente attribuito l’incidente a un’emergenza causata da uno stormo di uccelli. Tuttavia, il mistero si è infittito quando fonti azere hanno accusato Mosca di aver abbattuto l’aereo con un missile antiaereo. La notizia, riportata da Reuters e basata su fonti vicine alle indagini, trova supporto in immagini che mostrano danni alla fusoliera compatibili con frammenti di missile, alimentando ulteriormente i sospetti sulla dinamica dell’incidente. A bordo, il comandante Igor’ Kšnjakin e il primo ufficiale Aleksandr Kaljaninov hanno preso una decisione straziante: svuotare il carburante per ridurre l’impatto dell’esplosione. Consapevoli che non avrebbero avuto scampo, hanno sacrificato sé stessi per salvare quante più vite possibili. Grazie al loro gesto, la fusoliera si è spezzata in due, lasciando intatta la parte posteriore e permettendo ai superstiti di fuggire.

Tra gli eroi di questa tragedia emerge Hokuma Aliyeva, un’assistente di volo che, nonostante le ferite riportate, ha mantenuto la calma e guidato i passeggeri verso la salvezza. Aliyeva è ricordata dai superstiti come una figura di straordinario coraggio, una roccia nel mezzo del caos, mentre l’aereo era avvolto dalle fiamme. Le testimonianze dei superstiti raccontano che l’aereo aveva tentato tre volte di atterrare a Groznyj, ma la fitta nebbia aveva reso impossibili tutte le manovre. In difficoltà, il velivolo ha deviato verso Aktau, senza però riuscire a completare l’atterraggio di emergenza.

Fonti azere hanno affermato che l’aereo sarebbe stato colpito da frammenti di missile antiaereo e che le sue comunicazioni sono state disturbate da sistemi di guerra elettronica durante l’avvicinamento a Groznyj. “Nessuno insinua che sia stato un atto intenzionale. Tuttavia, alla luce dei fatti, Baku si aspetta che la Russia ammetta la propria responsabilità”, ha dichiarato una fonte vicina alle indagini.

Mosca, invece, mantiene il silenzio. Nel frattempo, il presidente azero Ilham Aliyev ha disposto un’inchiesta penale e annullato una visita ufficiale in Russia, mentre le famiglie delle vittime attendono con ansia che la verità venga a galla. Anche Osprey Flight Solutions, una società britannica di sicurezza aerea, ha confermato che il volo potrebbe essere stato colpito da un sistema di difesa Pantsir-S. Andrew Nicholson, CEO di Osprey, ha definito il dramma una dolorosa dimostrazione dei rischi dell’aviazione civile in zone di conflitto. Secondo i dati di Flightradar24, gravi interferenze GPS potrebbero aver contribuito all’incidente, mentre il canale Telegram Rybar ha evidenziato che i danni alla fusoliera sono coerenti con un attacco missilistico.

Mentre i leader di Azerbaigian, Kazakistan e Russia si scambiano condoglianze ufficiali, l’atmosfera geopolitica si fa sempre più tesa. Vladimir Putin ha espresso il proprio cordoglio in una telefonata con Aliyev, ma per molti è un gesto privo di sostanza, mentre crescono i sospetti sulla responsabilità russa. In questo intreccio di politica e dolore, rimangono le vite spezzate e il sacrificio di un equipaggio che ha affrontato l’inevitabile con coraggio. Il volo J2-8243 non è solo un altro incidente aereo: è il simbolo di vite distrutte dalla geopolitica, dove persone comuni si trovano vittime di giochi di potere più grandi di loro.

Lara Ballurio
giornalista